E se la Milano del futuro si ispirasse a quella del recente passato ?

E se la Milano del futuro si ispirasse a quella del recente passato ?

La breve stagione del liberalismo milanese.

Giovanni Malagodi un duro anticomunista di successo a Milano.

Negli anni dal ‘64 fino ai primi anni ’80 Milano fu un laboratorio politico che vide anche sui banchi di Palazzo Marino personaggi di rilievo della politica italiana approdati sia al Senato che alla Camera. Una stagione fortunata per la cultura politica.

Nel novembre 1964 si svolgono le elezioni amministrative a Milano, Bucalossi è stato appena eletto dopo la morte di Cassinis con una maggioranza di centro sinistra. I risultati bocciano il centro sinistra che ottiene 10 eletti in meno che nel 1960 e perde più di 80000 voti. La coalizione non ha più alla maggioranza assoluta dei seggi necessaria per approvare il bilancio; solo la determinazione della sinistra democristiana e dei socialisti (senza più la sinistra che aveva fondato lo PSIUP) consenti il proseguimento dell’esperienza di centro sinistra e non solo a Milano.

Questi i risultati: Democrazia Cristiana 257653 voti 23,96% – Partito Comunista 236013 voti 21,95% – Partito liberale italiano 226895 21,10% – Partito Socialista Italiano 171334 voti 15,93%.

Clamoroso il risultato del PLI che elegge 16 consiglieri: il PLI che si afferma in città è il PLI di Malagodi.

La sinistra liberale se ne era andata dal partito nel dicembre del 1955 quando 32 consiglieri nazionali del Partito Liberale Italiano si dimisero per promuovere con altri la costituzione del Partito Radicale dei Liberali e Democratici Italiani. Fra loro c’erano Leopoldo Piccardi, Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Nicolò Carandini, Leo Valiani, Guido Calogero, Giovanni Ferrara, Paolo Ungari, Eugenio Scalfari, Marco Pannella, Franco Roccella.

Così aveva commentato Il Mondo: «Accomunati dal vincolo fraterno delle amare esperienze, non rassegnati, non perplessi, si accingono a costituire una nuova larga formazione politica che s’ispiri ad una concezione moderna e civile del liberalismo, a quella concezione che Benedetto Croce ebbe a definire ad una parola: radicale (…) In questo campo, i “padroni del vapore” non troveranno certo mercenari e staffieri pronti a vender le idee per un assegno mensile».

Dove mercenari e staffieri erano i malagodiani.

In un’altra occasione il Mondo scriverà che Malagodi aveva permesso che “il nobile partito di Croce e di Einaudi” fosse affittato” (forse neppure comperato) dall’Assolombarda”.

Per parte sua Malagodi così ricorderà la scissione: “Se ne andarono una quindicina di intolleranti, i cinque del Mondo e i loro parenti. Alle elezioni successive guadagnammo centomila voti.” (repubblica 18 4 1991) e ancora in una intervista a Scalfari nel 1984: “Ebbene, sì, eravate un po’ tutti strampalati. E anche molto superbi. Aristocratici. Oligarchi. Un’oligarchia democratica, s’intende, ma pur sempre oligarchia. Non mi potevate soffrire perché io non ero stato tra i fondatori del partito liberale. Ma voi, a quel punto, nel partito non contavate più niente. Però volevate comandare solo voi … E poi, te la voglio dir tutta: la vera differenza è che voi, magari per convertirli, passate nelle file degli avversari e finite quasi per indossarne i colori e la divisa “.

Nato a Londra il 12 ottobre 1904, Malagodi lavora in Comit in molte sedi estere, Berlino, Londra, in Grecia, a New York; della Banca Commerciale, dove resterà 22 anni, diverrà direttore centrale. In Comit ebbe come collaboratore il quasi coetaneo Ugo La Malfa, sempre nell’intervista a Scalfari così descrisse il loro rapporto “Non ci siamo mai voluti bene, Ugo ed io. Lui pretendeva di fare il direttore d’ orchestra e d’ assegnare le parti a tutti gli altri. A me voleva farmi recitare a tutti i costi quella del conservatore e del protezionista in economia. Figurati! Comunque, tutto ciò che ho detto sui liberali di sinistra si addice anche a lui. Chiosa l’intervistatore … i due si sono francamente odiati e questo lo sanno tutti.”

Nel giugno del 1953 alle elezioni viene candidato in extremis nel collegio Milano Pavia (doveva esserlo a Mantova) ed eletto.

Nell’aprile 1954 il segretario PLI Villabruna, entrato come Ministro di Industria e Commercio del governo Scelta si dimette.

Il candidato alla successione designato è Francesco Cocco-Ortu sostenuto anche dalla Sinistra; contro le previsioni, con una maggioranza esigua (per solo 10-11 voti) venne invece eletto Malagodi il candidato più moderato.

Grazie alle sue relazioni col mondo finanziario e industriale ottenne subito l’appoggio e il sostegno finanziario della Confindustria, soprattutto dell’Assolombarda. Il PLI “partito degli industriali” divenne un luogo comune in particolare per l’impegno contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica ma in generale “per il suo privilegiamento di una linea politica tutta centrata sul binomio privatismo-modernizzazione” come scrive Chiarini

Il programma comunale del PLI del 1964 era semplice: “contro il comunismo … contro il centro sinistra per i guasti economici e sociali causati al paese, contro la mentalità punitiva verso il triangolo industriale del governo nazionale…se il partito liberale avrà i voti ottenuti alle elezioni politiche sarà impossibile costituire a Palazzo Marino un’amministrazione di centro sinistra…”.

Come aveva detto alla Camera l’8marzo del 1962, nel dibattito sulla fiducia al governo Fanfani (tripartito DC-PSDI-PRI), il primo con l’appoggio esterno del PSI, “Il programma socialista, che non è distinguibile in concreto da quello comunista, rende a nostro giudizio inevitabile l’inserimento proponderante dei comunisti nella concretezza e nella realtà dell’operazione di svolta a sinistra”. Ancora venti anni dopo, nel 1982, scrivendo sulla rivista Libro Aperto, identificherà il centro sinistra con “una serie di misure demagogiche intese a penalizzare e poi distruggere l’economia di mercato; il sottogoverno, la lottizzazione e la loro sorella corruzione, innestati in uno sviluppo teratologico dell’industria distato”.

Malagodi ottenne 58684 preferenze per Palazzo Marino, un successo personale clamoroso e record imbattuto per un consigliere comunale che non sia stato sindaco (il record assoluto è di Tognoli); per avere un’idea il più votato dei democristiani Luigi Meda ne ottenne 18000, Antonio Greppi il più votato dei socialisti 13000, Armando Cossutta capolista PCI 15000, Ferrari ex sindaco socialdemocratico 14600. La DC perse quasi il 6%, il 2% la socialdemocrazia, l’1,5% lo MSI, mentre scomparvero i monarchici che alle comunali del 1960 avevano ottenuto il 2,5%.

Il PLI passò dal l’8,14 % al 21,1 %, più del doppio dei voti della tornata elettorale precedente, fatto mai più successo nella storia politica della città.

Malagodi non fu in consiglio comunale per pura rappresentanza ed anzi fu tra i primi a proporre l’area metropolitana definita “metropoli ambrosiana”.

Già nel 1961 era stato netto, come scrisse in prima pagina il Corriere: “Malagodi reagisce. Quello che avviene a Milano (il centrosinistra ndr) noi combatteremo senza tregua e misericordia … al comune la dc e i socialdemocratici si accingono a fare violenza ai loro impegni elettorali … la nostra ponderatezza esprime una inflessibile decisione di chiarire fino in fondo e all’estremo la responsabilità di tutti affinché gli uomini democratici possano giudicare e liberarsi con un gesto risoluto dal laccio che la debolezza … e l’insidia dei socialisti e dei comunisti stanno mettendo al collo della nostra patria” ( 22 gennaio 1961)

Contrarissimo alle politiche riformiste del comune: contro la municipalizzazione del gas (corriere 2 ottobre 60), contro le regioni: “le nostre obiezioni di fondo, di carattere giuridico, amministrativo, finanziario, nei riguardi delle regioni. […] Oggi le quattro regioni a statuto speciale spendono 135 miliardi, cioè il doppio di quello che spendevano cinque anni fa; e cinque anni fa spendevano tre volte tanto quello che spendevano all’inizio. La regione siciliana, per esempio, rende straordinariamente ai membri dei consigli di amministrazione dei 265 enti autonomi, che sono stati creati per poter fare tutto quello che si vuole al di fuori di qualsiasi controllo. […] Le regioni significano un’immensa spesa! … Avremo una doppia burocrazia. […] Sono cose che costeranno nuove tasse e nuovi debiti, che sono economicamente dannose e socialmente inutili; sono cose che servono soltanto per iniziare la liquidazione dell’economia di mercato.” (8 marzo 1962)

Puntò a conquistare l’elettorato moderato-conservatore della DC e a svuotare la destra nostalgica alla quale coerentemente con gli insegnamenti paterni si oppose sempre, anche se la suo “feroce” opposizione al centrosinistra costrinse il PLI in un angolo dal quale sarebbe uscito solo saltuariamente per la comodità della DC.

A suo sostegno anella campagna elettorale aveva la stampa di destra indipendente come “La Notte” di Nino Nutrizio, grande giornale della sera, basta scorrere alcuni titoli: La più ricca città d’Italia avrà alla fine dell’anno 330 miliardi di debiti; I programmi del PSI terrorizzano i veri risparmiatori; Tartassato il risparmio; Insidiato il commercio da pericolose ingerenze comunali; Oltre ottomila parroci dicono no al centrosinistra; Riconfermato l’impegno liberale contro il centro-sinistra; Sondaggio-lampo tra gli elettori di Milano e della Lombardia. Gran simpatia per il PLI.

Al successo personale alle comunali aggiunse quello delle politiche quando nel 1968 ottenne il primato di preferenze 87376, più di Luigi Longo 80000 e Pietro Nenni anch’essi candidati a Milano Pavia.

Nonostante il successo elettorale non riuscì però ad impedire la conferma di Bucalossi (che curiosamente anni dopo entrerà nelle liste liberali) e poi l’elezione di Aniasi. Il tono della sua opposizione era durissimo: “Milano è stanca di amministrazioni che in nome di formule astratte si aggrappano al potere anche quando sanno di essere impotenti, condannando la città alla pubblica inerzia e prolungando l’agonia con gli stupefacenti della demagogia e degli occhi chiusi sull’intimidazione e la sopraffazione …. noi liberali alle condizioni sempre indicate – rottura col comunismo, programmi positivi, niente sottobanco continueremo la nostra battaglia per far uscire il Carroccio dal pantano … vogliamo indagini e decisioni serie su la struttura e il costo della macchina comunale o dell’ATM, la rete fondamentale dei trasporti collettivi, …. La nuova politica comunale è condizionata come tutta la politica italiana, dalla scelta tra democrazia libera e marxismo collettivistico; tra promesse inattuabili e riforme incisive nell’ordine democratico e finanziario, tra assemblee confuse e qualunquistiche, e un decentramento e una partecipazione dei cittadini, che razionale e responsabile rafforzi le strutture della libertà, che non esiste senza la certezza dei diritti e dei doveri” (corriere 6 giugno 1970).

E ancora il 26 ottobre 1971: “Basta con il libro dei sogni e con la camicia di forza celebrati nelle salmodie dei marxisti ritardatari. Se alla confusione e alla demagogia sostituiamo a questi livelli buona e onesta amministrazione, finanze avvedute e sane allora facciamo un grande passo nel creare le condizioni di una maggiore produzione di risorse e quindi di occupazione di maggior benessere e di effettivi maggiori consumi.”.

Nel giugno 1972, fu ministro del tesoro in quello che fu chiamato il governo Andreotti Malagodi (anche se il vicepresidente era Tanassi), fu forse il suo errore più clamoroso: le modeste performance governative consentirono alla Democrazia Cristiana di recuperare progressivamente il consenso perduto.

Dopo poco più di un anno il governo cadde con il contributo fondamentale di Ugo La Malfa.

In adempimento della norma statutaria sull’incompatibilità tra incarichi di Partito e di Governo aveva lasciato la Segreteria del PLI ad Agostino Bignardi ed era stato eletto presidente del Partito.

Nel 1974 partecipò attivamente alla campagna referendaria sul divorzio che si conclude a Roma, nel maggio del 1974, con un comizio a piazza del Popolo dove intervennero oltre a Malagodi, La Malfa, Nenni, Parri e Saragat. Molti anni dopo, partecipando alla presentazione dei Diari di Pietro Nenni, Malagodi ricorderà che, nello scendere dal palco del comizio, Nenni gli aveva detto bonariamente: “Ci voleva il divorzio per farci incontrare e parlare dalla stessa tribuna”.

Sempre attivo in città, nel 1975 propose una lista comune dei partiti laici per avere “la libertà dall’incubo di una giunta ancora peggiore ancora meno efficiente di quella attuale” dichiarandosi disponibile a votare qualsiasi giunta pur di “evitare soluzioni frontiste… no al compromesso storico…no al rapporto preferenziale dc psi in quanto anticamera del compromesso storico… no al neofascismo”. (corriere 8 maggio)

Il successo elettorale andò evaporando: i 16 liberali consiglieri comunali del 1964, divennero 9 nel 1970 e addirittura 3 nel 1975 e con la sconfitta del PLI tramontò l’occasione di fare della destra moderata milanese una forza di governo della città, almeno fino all’arrivo di Berlusconi.

Nel 1976 la sua rielezione al parlamento avvenne solo grazie ai resti e il PLI crollato allo 1,4% perse 2 dei 3 eletti nel collegio. Malagodi in città prese poco più di 4500 preferenze contro le 33000 di Aniasi e le 10000 di Bucalossi (che fu determinante per spostare parte degli elettori moderati sul PRI), le 92000 di De Carolis, le 10000 di Pannella e le 11000 di Servello. Addirittura ottenne poco più della metà delle preferenze andate ai primi tre votati di Democrazia Proletaria (Gorla, Miniati, Molinari).

Tanto rapido era stato il successo tanto rapida la caduta; al Consiglio Nazionale Liberale nel febbraio 1976, lascia via libera a Zanone che viene eletto Segretario e Malagodi Presidente d’onore. Nel gennaio 1979, al XVI congresso Zanone conquista la maggioranza assoluta spostando i liberali nettamente più a sinistra.

Scrive lo storico Orsina per la Treccani: “La sua ostilità verso il Partito socialista italiano scaturiva dalla coscienza della distanza ideologica fra liberalismo e socialismo, e soprattutto dalla timidezza con cui il PSI si era distanziato dal Partito comunista italiano. Più ancora che come formula politica, il centrismo andava salvaguardato come “atmosfera morale”, ovvero espressione di fede nella libertà e nella democrazia. Aprire una trattativa col PSI avrebbe significato mettere in discussione le radici etiche, meglio ancora religiose, della scelta occidentale. Così costruito, il Centrosinistra avrebbe avuto conseguenze catastrofiche: avrebbe paralizzato l’azione di governo, portando nella maggioranza punti di vista inconciliabili; compromesso lo sviluppo economico; reintegrato nel gioco politico il PCI, tanto da spingere l’Italia su una china neutralista. Conservare l’alleanza centrista avrebbe invece significato tenere fermi i valori dell’Occidente, e grazie a essi realizzare un programma riformistico ambizioso, che indirizzasse il popolo italiano sulla via della libertà, sottraendo voti ai partiti marxisti e obbligandoli ad accettare la democrazia.”

La stessa concezione “religiosa” della libertà che faceva del Malagodi un anticomunista e un oppositore del Centrosinistra, lo portava pure ad avversare l’inclusione del Movimento sociale italiano (MSI) nella maggioranza di governo.”

Anche negli anni del declino, fu sempre coerente con la sua opposizione al centro sinistra: “per i liberali i risultati delle elezioni europee (quando i liberali si presentarono con i repubblicani), potranno essere una “cartina di tornasole” del comportamento dei socialisti, di fronte, ad esempio alle vacillanti “giunte di sinistra di Palazzo Marino e di Palazzo Isimbardi”; e ancora “daremo alla Milano pubblica la stessa efficienza che c’è nella Milano privata, per 18 anni abbiamo contestato quello che oggi gli stessi autori riconoscono come errori. Chiediamo fiducia alla nostra coerenza per andare al governo della città e rimediare a tanto sfascio. (ultimo comizio in piazza duomo 5 maggio 1990) ma il PLI ebbe solo 2 consiglieri.

Modificò parzialmente il giudizio sui socialisti solo dopo l’arrivo di Craxi ritenuto non più succube dei comunisti così racconta Il Foglio: nell’estate del 1979. Pertini aveva conferito a Bettino Craxi l’incarico di formare il nuovo governo. A democristiani e repubblicani, vedovi ancora inconsolabili della solidarietà nazionale 1976-’79, quel mandato parve una provocazione. I liberali, al contrario, piccolo partito con una grande delegazione, incontrarono Craxi. Il quale espose ad essi un programma (atlantismo in politica estera, rigore in politica economica e finanziaria, garantismo a favore dei cittadini per contrastare il corporativismo della magistratura) fatto apposta per essere da loro apprezzato. Tanto che ad un certo punto si udì il vocione di Malagodi interrompere Craxi in questi termini: “… Craxi, ti aspettavamo a questo appuntamento da quasi cento anni…”. E Craxi a sua volta: “… Ma chi? Ma che significa?”. E Malagodi: “…Come chi? Come che significa? Ascoltandoti, mi venivano in mente Giolitti, mio padre Olindo Malagodi (che era stato oltre che senatore giolittiano e direttore di importanti testate anche collaboratore di Critica Sociale e l’Avanti!), io stesso, la storia d’Italia…”.

Tesi che ribadì nel 1984 iniziando il suo discorso al Senato in occasione della presentazione del governo Craxi: “È un appuntamento che aspettavo dal 1904” (riferendosi all’anno in cui Giolitti aveva invano invitato i socialisti ad entrare nel governo).

Non modificò mai il suo giudizio sul PCI.

Milano che aveva rappresentato al parlamento prima come deputato e poi come senatore per più di tre decenni gli rese omaggio nel 1987 il 25 maggio quando era presidente del Senato (dal 22 aprile al 1º luglio) con una seduta speciale.

Morì a Roma il 17 aprile 1991.

La città gli ha dedicato una via, un passaggio per la precisione, a pochi metri da Palazzo Marino.

Walter Marossi
da www.arcipelagomilano.org

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