Hic sunt leones. Forse un pò più giù.

Hic sunt leones. Forse un pò più giù.

Ieri ritorno al lavoro degli italiani, almeno per quelli che ne hanno ancora uno, tutt’altro che tranquillo.

Probabilmente gli ultimi tre giorni del periodo pasquale, sabato, domenica e lunedì, trascorsi per il secondo anno consecutivo in stato di libertà ridotta, per non usare il termine reclusione, sono stati la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

E se ne sono avute pesanti dimostrazioni.

A Roma, in piazza Montecitorio, a Milano, a piazzale Loreto(!), a Napoli, con il blocco del l’autostrada in un punto nodale prima dello svincolo per raggiungere la città.

Questa volta l’insurrezione delle categorie di lavoratori è stata particolate, innanzitutto per la qualifica dei dimostranti, tutti o quasi lavoratori autonomi.

Per semplicità gli stessi possono essere compresi nella categoria degli artigiani o dei piccoli imprenditori e hanno dato fuoco alle polveri davanti al parlamento.

Una volta li hanno tentato di accedere a ogni costo all’interno dell’aula del parlamento per manifestare de visu l’esasperazione che da tempo li pervade.

E non hanno fatto ricorso alla serrata, per usare un termine del linguaggio sindacale, chiudendo i cancelli e abbassando le saracinesche: lo avevano dovuto fare già da tempo per disposizione di legge.

Del resto la manifestazione ha avuto come leit motiv:”lasciateci aprire, fateci lavorare”.

Qualcuno degli intervistati ha affermato che era più importante che il governo si fosse attivato in tal senso che concentrato nell’approntare misure di ristoro.

Ciò che è apparso evidente dalle immagini trasmesse in diretta dalle varie emittenti televisive, alcune anche straniere, è stata la rabbia viscerale dei partecipanti, consapevoli di essere come in una gabbia la cui via d’accesso è stata chiusa e non si trova la chiave per aprirla.

Ne purtroppo c’è un uscita secondaria.

Tutto ciò è sotto gli occhi di tutti, come il concretarsi dei loro comportamenti non consoni, dettati dalla condizione attuale del Paese.

Una domanda si presenta subito in chi osserva, più o meno coinvolto dai fatti.

Gli organizzatori del tutto e non solo a Roma, sapevano che ieri il direttore dell’orchestra alla quale stavano lanciando ortaggi, sarebbe stato in trasferta o è stata solo una coincidenza?

Non è un particolare di poco conto se, come sembra, alle spalle dei personaggi che hanno fatto quelle piazzate-questo termine rinforza la descrizione-ci sia stata una regia attenta e collaudata.

Draghi era volato, come da programma annunciato e confermato, in Libia per una visita di stato che prevedeva anche trattative commerciali.

Accolto con cordialità non solo di facciata-certi atteggiamenti si rilevano anche da lontano-dal premier Dabaiba, il primo ministro italiano ha debuttato nella sua qualità come, è credibile, gli italiani che producono si aspettavano.

Da diplomatico di razza, anche se non di carriera, ha esordito dicendo al suo omologo che lo scopo principale della sua visita era quello di fugare, ove ancora esistesse, ogni eventuale strascico di precedenti attriti.

Fatto ciò, il percorso della giornata di lavoro è stato tutto in discesa.

È bene ricordare che sono molte le aziende italiane che operano in quella nazione, l’ENI, la SAIPEM e tante altre oramai radicate nel territorio.

Draghi è stato esplicito anche nel confermare che le imprese di costruzioni italiane gradirebbero essere coinvolte nella costruzione della programmata autostrada litoranea.

E dire che qualcosa del genere era stata ipotizzata dagli italiani di duemila anni orsono.

Avevano colonizzato anche quella parte dell’Africa e sembrava che le conquiste di Roma non dovessero aver fine.

Draghi e Di Maio sono rientrati a sera, certamente non a mani vuote e, aspetto importante della vicenda, avendo messo un sigillo ideale di conferma all’accordo di fornitura di idrocarburi.

Pur essendo vista come terra di conquista da molti paesi orientali, la Libia, per lei il suo premier, propende ancora per una via occidentale allo sviluppo sociale.

Si potrebbe affermare, prendendo in prestito termini calcistici, che  nella giornata di ieri, l’Italia è andata in vantaggio fuori casa e in svantaggio in casa.

Purtroppo i due risultati non possono essere compensati né commentati se non con procedure completamente autonome.

In più, già da oggi, l’esecutivo si trova a affrontare tante altre problematiche, prima il fabbisogno di vaccini.

Ieri si è concretata un’altra manifestazione di scorrettezza commerciale da parte dell’AstraZeneca nei confronti del Paese.

Oggi per domani, chi di essa di competenza ha informato gli interlocutori italiani che la quantità di dosi di vaccino preannunciata in arrivo, era stata dimezzata.

Di conseguenza il piano vaccinale predisposto dal ministro della sanità Speranza ne è stata stravolta.

Quanto innanzi riportato rappresenta per il governo un fuoco di fila più che pericoloso, in quanto lo stesso non riesce a dare delle priorità alla strategia di difesa.

Solo se si concreterà l’impegno di tutti, proprio tutti, gli italiani a mantenere il controllo, semmai mettendo per un po’ la testa nel frigorifero, stante l’elevato grado di surriscaldamento del cervello, il Paese potrà venir fuori dalle sabbia mobili in cui si trova.

Non è azzardato affermare che il mondo intero sta giocando il tutto per tutto per chiudere la partita con una sconfitta contenuta.

Già ritornare a operare come prima della comparsa di Covid 19 rappresenterebbe un buon risultato.

Il prezzo pagato alla fine in termini di vite umane, sarà alto.

D’altra parte nei secoli scorsi episodi naturali che hanno decimato le popolazioni si sono presentati con forza anche maggiore.

Alcuni economisti dell’ 800, il più importante Thomas Maltus, arrivarono a definire questi fenomeni come naturali regolatori della popolazione del mondo rispetto alle risorse alimentari, che in mancanza, sarebbero diventate nel tempo sempre più insufficienti al fabbisogno.

Del resto, in quello stesso periodo, Adam Smith ipotizzava una mano invisibile regolatrice dei processi economici.

Si voglia tener conto oppure no di tali considerazioni panteistiche, questo triste frangente fa riflettere sull’importanza del rispetto per la natura e i suoi cicli.
La società mondiale era sul punto di iniziare a comportarsi di conseguenza, quando si è presentato lo sgradito ospite.

Sarebbe molto inopportuno, quando sarà, ripartire senza tenere nel dovuto conto quanto è accaduto, trattandolo come un incidente di percorso.

Sempre a condizione di arrivare in tempo utile.

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